Alessia Preda, torna alla home

La mia storia

Alessia Preda sorride all’obiettivo, sdraiata sul letto con un libro

A 19 anni la Brianza mi stava stretta e ho seguito il richiamo dell’indipendenza. Così ho trasferito le mie poche cose in un appartamento con due ragazze nel centro di Milano.

È lì che ho fatto un patto con me stessa, fare sempre ciò che amavo rispettando poche semplici regole: lavorare con passione e amore, trattare gli altri come avrei voluto essere trattata, fare esperienza ed essere di parola. Non sempre ci sono riuscita, sia chiaro, ma quando non le ho rispettate ho imparato. E continuo a farlo.

Alessia Preda sdraiata sul prato, con le mani dietro la testa, sorride

Mi sono innamorata del mondo degli eventi come una quindicenne alle prime cotte. Lavoravo ventinove giorni su trenta e ogni occasione era buona per crescere e fare nuove esperienze. Poi sono arrivate le stagioni nei villaggi e quattro anni di scuola di teatro.

Lì ho scoperto che il palco per me è come casa. Non è successo niente di eclatante: ho solo capito che lassù stavo bene. Quello che agita tanti, a me dà adrenalina. Non c’è stato né un Pigmalione né una Madrina. Come spesso succede con le cose che contano davvero, gli altri l’hanno visto prima di me.

Eppure amo stare dietro le quinte almeno quanto stare sul palco: quello che mi appassiona di più è costruire qualcosa e poi portarlo in scena.

Lì ho scoperto che il palco per me è come casa.

Ci sono stati anche momenti duri, periodi in cui tre lavori coprivano giusto le spese. Il mondo talvolta ti mastica e prova a convincerti che non sei abbastanza. Poi, forse perché sei un boccone indigesto, ti risputa. È con quella rabbia che, di fronte a un licenziamento, ho scelto di ricominciare da zero. Fin qui niente di strano. A preoccupare un po’ chi mi voleva bene è stato il modo: la vendita diretta, porta a porta.

Ho passato ore fuori dai negozi a chiedermi come sarebbe andata se fossi entrata, convinta che mi avrebbero accompagnata alla porta prima ancora di aprire bocca. Poi entravo. Ogni volta. Ho preso moltissime porte in faccia e a ogni porta chiusa capivo qualcosa di più. Ogni volta cercavo un modo nuovo per arrivare a un risultato diverso. L’ho fatto per mesi, finché ha iniziato a funzionare.

Ho preso moltissime porte in faccia e a ogni porta chiusa capivo qualcosa di più.

L’ascolto lo incontri in un corso, ma lo costruisci con l’esperienza, una porta alla volta. Ho capito che ascoltare non è solo lasciar parlare l’altro. È anche governare il tempo e la direzione della conversazione. Anche nella vendita hai un piano, proprio come la scaletta di un evento. E devi capire quando entrare senza aggredire, nel minor tempo possibile. Spesso il momento giusto è il tempo di un respiro, ed è lì che l’ascolto serve davvero.

Per nove anni ho vissuto di pane e vendita, ed è stata l’esperienza più istruttiva della mia vita professionale. Ho imparato a partire dalle domande e a guardare ogni cosa con gli occhi di chi avevo davanti, chiedendomi anche cosa avrebbe pensato il giorno dopo, cosa gli sarebbe rimasto. Quel tipo di vendita, fatto di ascolto e di comprensione, mi appassionava così tanto che ho avuto l’opportunità di formare tanti colleghi. Sono salita da relatrice su palchi come quelli che oggi conduco e so cosa vuol dire stare dall’altra parte: quando sei tu a parlare, la testa è tutta sul contenuto. Ed è giusto che sia così. Occuparsi del contenitore, compresa la sala che ascolta, è un altro mestiere.

Per questo credo che chi organizza un evento debba poterlo vivere da protagonista, lasciando a qualcun altro il compito di tenerlo insieme.

Alessia Preda ride al telefono, con le cuffie al collo

In quegli anni è nato anche Aperitivo al Femminile. Con un team forte abbiamo creato una serata al mese, gratuita, aperta alle donne. Non pagavamo né il locale né le relatrici. Nemmeno noi prendevamo un euro, eppure eravamo motivate come non mai. Alle prime serate eravamo in poche, anzi pochissime. Nell’ultimo anno il locale che ci ospitava aveva settanta posti e ogni mese ricevevo almeno il doppio delle richieste. Per cinque anni ho scelto le protagoniste e sono salita sul palco a raccontarle. Lì ho scoperto quanto amo ascoltare da dove arrivano le persone.

Aperitivo al Femminile era il mio modo personale di restituire quanto avevo ricevuto.


Il Covid poi ha sparigliato le carte e spettinato i capelli. A tutti. Persino io sono tornata in azienda: nel mondo degli eventi, in una realtà che produce video.

Oggi, sul palco, ritrovo tutto quello che ho imparato davanti a quelle porte. Quando un relatore si dilunga e la sala comincia a perdersi, aspetto lo stesso respiro che prendevo chiusa in macchina, prima di scendere ed entrare. Poi entro. E mentre conduco mi chiedo la stessa cosa che mi chiedevo allora: cosa penseranno le persone il giorno dopo? Cosa gli rimarrà di questo momento?

Il mio lavoro, come quello di tanti professionisti, si vede quando c’è un problema da gestire. Quando va tutto bene, invece, passa inosservato. Ed è giusto così. Da ragazza non avrei avuto questa lucidità. Ci sono voluti tutti quegli anni e tutte quelle porte.

Ci sono voluti tutti quegli anni e tutte quelle porte.

Ricordi il patto? Ecco, mi sento la stessa ragazza che con tanta voglia di libertà ha lasciato il nido presto, convinta che avrebbe volato alto. Oggi che sono anche madre, quell’alto lo misuro con criteri molto diversi, ma il patto è ancora quello.

E se hai letto fino a qui, forse hai un evento da raccontarmi.

Ti leggo.

Scrivimi.

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